Mors tua vita mea

Sei voti della camera salvano Milanese dall’arresto. L’ennesimo smacco al paese, alla legalità: è un invito a delinquere, a rubare; se loro sono immuni e la legge è uguale per tutti, allora dateci dentro popolo: da oggi regna l’Anarchia e tutto è possibile.

Di Pietro ieri ha detto: “Via Silvio o ci scappa il morto”. Il primo morto c’è già stato da un po’: ed è l’Italia.

Ora rischiano di morire gli italiani; ma prima che questo avvenga il popolino si sveglierà e trovandosi in pericolo di vita metterà in pratica una sola fondamentale regola: Mors tua vita mea.  E quel giorno non basteranno i voti alla camera per non procedere. La casta verrà condannata dal popolo. E pagherà la sua pena.


Strani collegamenti fra due notizie passate in sordina

In questi giorni sono arrivate due notizie, passate abbastanza in secondo piano, ma che fanno riflettere e che forse hanno un collegamento.

La prima riguarda la riapertura del processo sulla strage di Via D’Amelio, dove fu assassinato Paolo Borsellino: “la Procura della Repubblica di Caltanissetta ha chiuso l’indagine scaturita dalle dichiarazioni dei pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina e ha trasmesso gli atti alla Procura generale perché venga chiesta la revisione del processo. I magistrati sono convinti che sette dei condannati all’ergastolo sarebbero estranei all’attentato. Le nuove carte, come scrive oggi il Giornale di Sicilia, sono state depositate nei tempi che la stessa Procura aveva annunciato a luglio. Il nuovo filone d’indagine ha rimesso in discussione tutto l’impianto processuale basato sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino. Ha pure gettato un’ombra sul lavoro del pool investigativo guidato da Arnaldo La Barbera, morto nel 2002, che secondo il procuratore Sergio Lari avrebbe costruito un “colossale depistaggio”. Sotto accusa sono finiti apparati investigativi e uomini dei servizi di sicurezza. Tre di loro sono indagati: Mario Bo, attuale dirigente della squadra mobile di Trieste; Vincenzo Ricciardi, questore di Bergamo, e Salvatore La Barbera, ora dirigente della polizia postale di Milano. Sulle altre richieste della Procura il riserbo è assoluto. Nei prossimi giorni il pg Roberto Scarpinato valuterà le nuove iniziative da intraprendere.” Il gruppo avrebbe costruito una falsa verità sugli organizzatori e sugli esecutori dell’attentato che non ha retto alle diverse indicazioni date dagli ultimi due collaboratori Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, a quel tempo uomini di fiducia del boss Giuseppe Graviano. Scarantino sarebbe stato indotto ad accusarsi di essere l’autore del furto della Fiat 126 imbottita di tritolo esplosa in via D’Amelio. Le sue dichiarazioni depistanti sarebbero state “suggerite” dagli stessi investigatori che avrebbero anche “taroccato” un verbale del 1994.  (fonte LiveSicilia).

L’altra notizia è di oggi: è stato ucciso a Palermo Giuseppe Calascibetta, 60 anni, da almeno trenta protagonista di diversi processi di mafia, con l’accusa di essere un influente uomo d’onore del potente mandamento di Santa Maria di Gesù e condannato a dieci anni proprio per la strage di via D’Amelio. http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/09/20/news/mafia_ucciso_il_boss_calascibetta_i_pm_era_un_capo_segnale_allarmante-21928880/

Proprio Scarantino, del quale oggi si mette in discussione ogni dichiarazione nel processo,  era stato uno degli accusatori di Calascibetta nella cui villa, durante un summit di mafia, il boss Totò Riina avrebbe comunicato a Cosa nostra la decisione di assassinare il giudice Borsellino. Alla riunione segreta, che si sarebbe svolta ai primi di luglio del 1992, avrebbero partecipato tutti i grandi della mafia: Riina, Pietro Aglieri, Carlo Greco, Francesco Tagliavia, Giuseppe Graviano, Giuseppe La Mattina, Salvatore Biondino, i fratelli Natale e Antonino Gambino, Cosimo Vernengo e, raccontò Scarantino, altre quattro o cinque delle quali non gli furono precisate le generalità.

La cosa suona strana: salta fuori che Scarantino ha mentito negli interrogatori, si parla di depistaggio delle indagini, di autoaccuse, e nello stesso momento viene fatto fuori proprio uno degli uomini che è stato accusato in quegli anni, che magari ha pagato nascondendo la verità e che adesso, scoperta la truffa del depistaggio, era meglio far sparire. Coincidenze o ennesimo piano per nascondere la verità sui responsabili delle stragi degli anni 90?


Intervista ad Anonymous Italia

Intervista ad Anonymous Italia

La rete come strumento di lotta
Intervista di Elena Calafato a due membri di Anonymous Italia (link)
L’oscurità non è priva di luce. Tutt’altro.
Ha riflessi superiori alle apparenze, come una novella scritta meglio, più completa, affascinante, che spesso fatichiamo a capire. E quella novella ha i connotati della realtà. Dipende da che punto di vista la osserviamo.
Anonymous è un termine misterioso, quasi inquietante, associato a un gruppo di cyber-terroristi che compiono attacchi informatici, provocando temporanei black-out a siti governativi e non.Ma qual è la verità? Chi o cosa è Anonymous? Per scoprirlo non sono necessarie competenze particolari, conoscenze occulte: basta accedere alla loro chat, aperta al pubblico e libera (una parola chiave per la community). È sufficiente fare quattro chiacchiere con questi ragazzi, uomini e donne di ogni età, per capire quanto sia fiorita una bugiarda mitologia del terrore attorno alla loro attività. Anonymous è un movimento di “resistenza attiva”, composto da persone  impegnate nel perseguire un’ideale che molti, moltissimi inseguono da tempo: la libertà di informazione, soprattutto sulla Rete, che è il più vasto e accessibile mezzo di comunicazione. Non sono i cyber terroristi, né gli hacker che i mass media dipingono. Sono persone comuni (alcune, in effetti, in possesso di notevoli conoscenze informatiche) che hanno deciso di scendere nella piazza virtuale del Web e far sentire la loro voce.Come i movimenti operai del passato che incrociavano le braccia bloccando le grandi industrie; come gli agricoltori che intasavano le autostrade coi trattori a reclamare i diritti negati: sulla rete si dossa (termine derivato dall’acronimo DDoS che sta per Distributed Denaial of Service), ossia si provoca una sorta di black out temporaneo di siti, generalmente governativi o appartenenti a grandi aziende di servizi, con lo scopo di dare un segnale forte e visibile contro chi si pensa possa limitare o manipolare l’informazione e la libertà dei cittadini.
Questo atto si configura, nel sistema giuridico di molti stati, come interruzione di pubblico servizio. Negli Stati Uniti il reato viene punito con la reclusione fino a 25 anni, a cui spesso si aggiungono risarcimenti a cinque zeri. In Italia la pena arriva a un quinto degli USA, più relative sanzioni pecuniarie.Qualcuno sostiene che l’interruzione di pubblico servizio rientri nella cosiddetta gray area, e che quindi tale atto possa considerarsi reato in base alle circostanze e a discrezione di chi giudica. Ed è proprio questo fatto, forse, a consentire che i singoli o i gruppi di attivisti vengano perseguiti più delle grandi aziende, prive di scrupoli nell’interrompere o sospendere i servizi erogati. È noto come esse abbiano più risorse per difendersi dagli “attacchi” della giustizia.
Attraverso questa intervista cercheremo di chiarire chi sono gli Anonymous italiani, e quali sono i loro scopi. (A e P sono i due membri di Anonymous intervistati)
  • Potete illustrare ai nostri lettori quando, come e dove nascono Anonymous, e Anonymous Italia in particolare?

A: Anonymous è nato all’incirca nel 2003, anche se stabilire una data precisa è pressoché impossibile , perché è stato un avvenimento spontaneo e collettivo, lento, graduale. Il movimento si è formato in origine sulla imageabord4chan.org, principalmente dall’arcinota sezione /b/. P: Anonymous Italia nasce invece nel Dicembre 2010, dopo le pressioni subite da Wikileaks.

A: Sì, su AnonOps è cominciato tutto con Operationpayback, nata come risposta di Anonymous alle pressioni per tagliare i fondi a Wikileaks da parte di Paypal, Masetrcard, Visa, Credit Suisse e altri.

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Castelli povero. Di neuroni.

Il caro senatore Roberto Castelli ieri sera ad una trasmissione su La7,  Piazzapulita, il programma condotto da Corrado Formigli,  si è dichiarato povero. Difficile a crederci ma è vero:  “Io facevo l’ingegnere prima di entrare in politica e posso dire che guadagnavo bene. Ora invece sono povero”. Alla domanda su quanto ha dichiarato nell’ultima dichiarazione dei redditi risponde così: “L’ultimo anno ho dichiarato 145mila euro l’anno. Non ho seconde case, non ho ville, non ho la Ferrari. Sono povero, in senso marxiano, nel senso che non posso permettermi di vivere di rendita.“.

Chiaramente in studio non l’hanno presa bene una dichiarazione simile, e il pubblico ha incominciato a rumoreggiare; I No Tav in collegamento dalla Val di Susa si girano dall’altra parte e danno le spalle ai telespettatori quando Castelli parla.

Ora c’è da chiedersi: questi parassiti incolti si rendono conto del mondo in cui vivono? C’è gente che prende 800 euro al mese, c’è gente disoccupata, e lui si sente povero con 145mila euro l’anno?

Spero per lui che se li goda in fretta. Non so se fra un anno avrà ancora il tempo di usarli,  quando partirà la guerra civile che andrà a cercare per primi proprio i poveri ladri che ci governano da anni. Solo se riuscirà a rialzarsi da terra. E non credo che il popolo abbia voglia di risparmiarli. Nemmeno in senso marxiano.


Cable Wikileaks: la relazione sulla morte di Calipari costruita ad hoc per evitare altre indagini.

Fra i vari cable pubblicati da wikileaks ce ne sono sicuramente alcuni interessanti.. ad esempio questo, che parla dell’omidicio di Calipari in Iraq causato da fuoco amico americano, delle varie versioni sull’accaduto, del profilo che gli USA devono tenere, e molto interessante è questo passaggio:

— The government will block attempts by parliamentary committees to open their own investigations (there are already several calls for this from the opposition), on the grounds that this report answers questions sufficiently.

Praticamente appare chiaro come anche in questo caso il Governo in carica abbia fatto di tutto per nascondere la verità o perlomeno per chiarirla: difatti gli americani parlano di un Governo che bloccherà i tentativi delle commissioni parlamentari di aprire delle investigazioni proprie sull’uccisione di Calipari.

S E C R E T ROME 001506 SIPDIS BAGHDAD PLEASE PASS TO BG VANGJEL; JUSTICE FOR ASSISTANT ATTORNEY GENERAL, CRIMINAL DIVISION E.O. 12958: DECL: 05/02/2015 TAGS: PREL [External Political Relations], MOPS [Military Operations], KJUS [Administration of Justice], IT [Italy], IZ [Iraq], IRAQI FREEDOM SUBJECT: IRAQ/ITALY: BERLUSCONI TRYING TO PUT CALIPARI INCIDENT BEHIND US – ITALIAN REPORT FINDS NO INDIVIDUAL RESPONSIBILITY Classified By: Ambassador Mel Sembler, reasons 1.4 b and d.

¶1. (S) Summary and Recommendation: Just prior to the May 2 release of the Italian report on the March 4 killing of intelligence officer Nicola Calipari at a U.S. checkpoint in Baghdad, Ambassador, DCM and PolMilCouns were called to PM Berlusconi’s office to receive an advance copy of the report and to hear from senior GOI officials their view of the way forward. The Italians stressed that the GOI wanted to put the incident behind us, that it would not damage our strong friendship and alliance, and that it would not affect the Italian commitment in Iraq. The Italians said that while U.S. cooperation with Italy in the joint investigation had been total and thoroughly professional, Italy had to stand by the Italian reconstruction of the March 4 incident. The Italian report, they said, concluded that the shooting was not intentional and that no individual responsibility could be assigned for the shooting, thus making the magistrate’s criminal investigation less likely to develop into a full criminal case.

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I caduti di Salò e i nuovi pseudofascisti..

Propongo un’articolo del Fatto Quotidiano (puoi leggere l’originale qui)

Rispunta dopo tre mesi la lapide che ricorda i morti della Repubblica Sociale nel cimitero della Villetta. Vibranti proteste da parte dell’Anpi. La giunta comunale e il sindaco Vignali preferiscono il silenzio.

Una storia che sembra destinata a non aver fine. E ad alimentare altre e nuove polemiche in una città, Parma, che dell’antifascismo – fu tra le poche, nel ’22, a resistere alle camicie nere con le celebri barricate in Oltretorrente – ha fatto quasi un marchio proprio di cui andar giustamente e pubblicamente fiera.

Smontata dal cimitero della Villetta da un giovane lo scorso 2 giugno, rieccola a far capolino nuovamente, la lapide della discordia dedicata ai caduti di Salò, coloro che scelsero in nome di una presunta fedeltà la dittatura e il sostegno a oltranza al giogo del nazifascismo. Dopo il plateale gesto di “disobbedienza civile” di qualche mese fa, infatti, il cippo – fino ad oggi consegnato ufficialmente al restauro – è tornato infatti al suo posto: chi pensava di non rivederla più, insomma, ha dovuto ricredersi visto che una volta riparata, la lastra marmorea  è stata prontamente ricollocata dov’era.

Altro che marcia indietro o ravvedimento, anche postumo, da parte dell’Amministrazione: risolti infatti i problemi più urgenti, leggi la formalizzazione della nuova squadra di giunta, uno tra i primi atti concreti del nuovo esecutivo è proprio questo: rimettere la lapide che ricorda quanti caddero per la “repubblica” (quella di Salò, ndr) al suo posto  d’origine, in bella vista nel cimitero cittadino, dove, solo per fare qualche nome, è tumulato tra gli altri un uomo che allo Stato, quello democratico sorto dalla ceneri del fascismo, ha sacrificato la propria vita, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Posata, e successivamente scoperta, in occasione della festa della Repubblica il 2 giugno alla presenza dell’assessore Davide Mora, che nell’occasione ebbe modo persino di puntualizzare di esser “venuto a titolo personale”, pur in posizione leggermente defilata trova in ogni caso collocazione nel padiglione dei caduti che hanno vestito la divisa. Curiosità: forse per scoraggiare altri gesti da parte di “disobbedienti” o antifascisti, adesso è stata posizionata più in alto rispetto a quanto non fosse prima.

Ma c’è di più: tanto per non far mancare un po’ di pepe, anche se forse sarebbe il caso di definirla benzina gettata fin troppo incautamente sul fuoco, è stata aggiunta una sottotarga, della medesima fattura – stesso marmo e stesso colore – che recita così: “Nel 150esimo dell’Unità d’Italia l’associazione nazionale famiglie caduti e dispersi della Rsi pose”. Come a sottolineare, a distanza di ormai tre quarti secolo, la fierezza per una scelta mai rinnegata anche se condannata ampiamente dalla Storia e, forse persino più grave, il tentativo di costruire un filo comune con le vicende risorgimentali che portarono all’unificazione dell’Italia moderna.

Un gesto che ha sortito l’effetto della classica goccia che fa traboccare in un vaso ormai colmo. La replica di Gabriella Manelli, presidente ANPI, non è tardata infatti ad arrivare. “Ormai quest’Amministrazione – commenta, amareggiata – ha chiaramente due volti. In giugno, subito dopo la prima affissione della lapide, il sindaco Pietro Vignali mi chiamò proponendomi l’eliminazione della targa e la sua sostituzione con una stele dedicata alle vittime di tutte le guerre. Trascorsi luglio e agosto ecco la sorpresa: la pietra della discordia è rispuntata, con il sindaco che nel frattempo, anche per le note vicende d palazzo, si è  sempre fatto negare”.

Un clima generale che proprio nella giornata dell’8 settembre, rischia di farsi ancor più rovente: le recenti esternazioni, sfociate in cortei e persino scontri con le forze dell’ordine in occasione del “Giro della Padania”, competizione ciclistica in corso nel Ducato, stanno a testimoniare un clima di tensione generale in aumento.

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Leggendo i vari commenti all’articolo, noto come ancora ci sono tanti fascistelli che difendono i caduti di Salò, parlando di “piccoli e poveri ragazzi finiti per sbaglio nel posto sbagliato, senza sapere cosa stavano facendo, oppure di ragazzi che sono morti comunque per i loro ideali e quindi per l’onore e che non erano pappamolli come i giovani d’oggi”.. Rispondo così:

Sento parlare di onore e pappamolli.. ma qui l’onore sta dalla parte di chi pur di non essere complice di un regime brutale, ha disertato rischiando (e in alcuni casi subendo) una fucilazione o una deportazione, per difendere la libertà. I veri pappamolli sono tutti quelli che per la loro inettitudine e pappamollaggine hanno scelto la via più comoda dell’avere il manganello in mano per andare a violentare i più deboli e che, come quelli che “consciamente” hanno scelto di essere fascisti, hanno meritato la fine che hanno fatto. Come meriterebbero tutti i nuovi pseudo-fascisti-nazisti, che in alcuni casi non conoscono nemmeno la storia, non hanno mai letto nemmeno il mein kampf, ma l’idea di poter utilizzare la violenza repressa che hanno dentro, dovuta alle loro incapacità intellettive e culturali (come una bestia selvaggia), li fa sentire grandi, e quindi si innalzano a ereditieri di una politica che l’unica cosa che ha di buono è che è sempre stata destinata ad autodistruggersi e a portare alla morte i leader che l’hanno utilizzata.
Ad ogni azione corrisponde una reazione: Piazzale Loreto ne è e resterà nei secoli, un esempio.


Sciopero una tantum? No grazie.

Due brevi parole sullo sciopero di ieri 6 Settembre.

A cosa serve al giorno d’oggi fare scioperi come quello di ieri? Non ci siamo stancati di vedere che il diritto di scioperare è diventato quasi come un simbolo dell’essere “fannullone e perditempo”?
Scioperare un giorno ormai non serve a niente.
Non vedete che non siamo considerati? Non interessa a nessuno se un manipolo di “sinistroidi” scende in piazza per una mattinata.
E’ giunta l’ora di cambiare rotta e considerare nuovi modi di farsi sentire; scendere in piazza va bene, ma non per una mattina soltanto. Bisogna bloccare il paese.
Una domanda che viene posta spesso è: “ma non si può scioperare tutto il mese, se no non prendiamo lo stipendio”. Riposta: basta organizzarsi.
Una buona rivolta deve basarsi su un ottima organizzazione; per bloccare il paese non c’è bisogno che ci si fermi tutti negli stessi giorni: oggi scioperano gli autisti dei mezzi pubblici, domani scioperano gli insegnanti, il giorno seguente i dipendenti delle aziende, poi gli operai, poi gli studenti, e via via tutte le categorie sociali, uno alla volta, un gruppo al giorno, nei giorni lavorativi. Il weekend tutti insieme in piazza: per discutere della settimana di ogni categoria, per organizzare le settimane successive, per alzare la voce. Le prime due settimane in maniera pacifica, poi si passa ad alzare i toni. Manifestazioni sotto le sedi di partito: assedio totale, pronti al lancio di oggetti irriverenti e offensivi, in modo da ridicolizzare l’immagine che i politici hanno di loro stessi (vedasi “merda”). Successive manifestazioni a Montecitorio, con rito identico; non ci ascoltano, noi gli dobbiamo fare paura allora. Devono aver paura di uscire a viso aperto: devono essere derisi e offesi tutte le volte che metteranno fuori il naso dalle loro case comprate con soldi immeritati; devono sentirsi braccati, devono arrivare a pensare che forse convenga loro scappare col bottino finchè sono in tempo.
Da questo passo successivo in poi, si può facilmente prevedere che le cose degenereranno: la polizia farà in modo di aizzare per poter caricare, si infiltreranno nazifascisti e blackblock per il gusto di fare danno. Prima regola: disperdersi velocemente. Seconda regola: attendere un po’ di tempo, mezz’ora o di più, e poi riunirsi nuovamente compatti e ri-assediare i palazzi.
Per concludere: è finita l’ora dello sciopero pacifico e una-tantum, non serve più a niente: se il popolo Italiano ha ancora un po’ d’orgoglio e di coraggio, e gli è rimasto nell’anima un briciolo di quella saggezza, intelligenza, capacità, genialità, tipica di tanti nostri antenati che hanno fatto la storia di questo mondo, deve destarsi perchè è giunto il momento di radere al suolo le basi di una società marcia e corrotta.